Gabriele Caliri

Gabriele Caliri, laureato in Ingegneria per l'Ambiente ed il Territorio presso l'Università degli studi di Palermo. Cultore di letteratura e scienza, che esprime come redattore scientifico e autore letterario. Appellato da molti come "l'ingegnere-strano", per il suo ecletticismo che conferisce alla figura dell'ingegnere l’armoniosità di una nuova sintesi.

Tragedia di Stava: onda maledetta

 

Stava risuona forse piuttosto lontano come ricordo, quasi dimenticato ed ignorato, ma ciò che accadde quel maledetto  19  Luglio del 1985 alle ore 12:00, fu una delle più grandi tragedie. Si verificò un collasso  dell’arginatura del bacino superiore della miniera di Prestavel, che a sua volta andò a precipitare su quello sottostante, il quale subendo questo immenso carico, crollò anche esso. Si origina da quell’ istante  una massa fangosa di furia distruttiva che viene giù alla velocità di circa 90 km/h, spazzando via tutto ciò che incontra lungo il suo cammino: persone, alberi, case, auto, alberghi; non risparmia nulla, ed arresta la sua ira, confluendo a valle, all’interno del torrente Avisio. I dati riportati circa la catastrofe, sono tragici:  268 persone decedute, tre alberghi andati in frantumi, 53 case rase al suolo, circa 8 ponti demoliti. Lo spessore del fango variava tra i 20/40 cm ricoprendo un’area di 435.000 m2 , estesa per 4.2 Km. Nell’arco di 30 minuti un intero paese è stato raso al suolo e di certo ripercorrere questi numeri, raccontare quanto accaduto non è facile, soprattutto trovare le parole per descrivere questi eventi, è un dolore che ritorna ed irrompe senza pietà.

val di stava
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La miniera sfruttata per l’estrazione della fluorite sorgeva alle pendici del monte Prestavel, ed a Pozzole (sopra Stava), si decise di costruire un bacino per far confluire il materiale di scarto prodotto dall’attività di estrazione in miniera. L’argine per obblighi di legge non avrebbe potuto superare i 9 metri, perché dai 10 in su ricadeva nel concetto di diga e non di terrapieno, e veniva sottoposto a misure più restrittive di costruzione. Stranamente arrivò a misurare 25 metri, e ulteriore mistero, tale diga non fu mai segnalata da nessuna carta geografica. Il bacino cosi fatto non riusciva a mantenere il volume di materiali di scarto e si optò per una seconda realizzazione a monte di questo. Il tecnico incaricato mise a verbale che il tutto era al limite, e come al solito fu archiviato. Il gap di distanza tra il bacino superiore ed inferiore giungeva cosi a quota 50 metri di argine, realizzato su un terreno del tutto instabile ed a livello idrogeologico inadatto. Molte analogie e forse troppe ci riportano al famoso disastro del Vajont (http://building.closeupengineering.it/disastro-del-vajont-la-catastrofe-costruita/9275/ ). La causa del crollo venne successivamente identificata nella cronica instabilità delle discariche, le quali non possedevano dei coefficienti di sicurezza minimi necessari a evitare il franamento.

 

Un triste epilogo

Il procedimento penale si concluse nel giugno 1992 condannando 10 imputati per i reati di disastro colposo ed omicidio plurimo. Come sempre si scatenò il cordoglio da parte di tutti, varie scuse e risarcimenti, ma una mancata giustizia. La nostra redazione ritiene che sia giusto parlarne oggi e sempre, ricordando le 268 anime volate via, donne, uomini, bambini che hanno chiuso i loro occhi per colpa di altri uomini. Sicuramente il nostro sguardo rivolto al cielo, pensando a loro, li farà rivivere in un paradiso di angeli, dimenticando l’inferno che hanno vissuto su questa,a volte, “maledetta” terra.

 

Il Disastro del Vajont: la catastrofe costruita

Il disastro del Vajont ha rappresentato uno dei primi e più gravi errori che si siano potuti commettere nella storia dell’umanità. Era il 9 ottobre del 1963, ore 22:39, quando una massa di terra, fango e pietra scivola all’ interno di un bacino, considerato a quei tempi  la più grande opera ingegneristica di convogliamento delle acque ai fini della produzione di energia elettrica. La maestosa diga ad arco del Vajont, alta 261.60 m, larga 130 e costituita da 360.000 m3  di calcestruzzo. L’imponente corpo franoso staccatosi porta ad oggi un nome piuttosto significativo per la gente di quel luogo: Monte Toc. La parola Toc da quelle parti significa “pezzo marcio” quindi pericoloso. E Vajont significa “va giù”; con un’ottica di previsione, e con il senno di poi la denominazione stessa preannunciava tutto ciò che avvenne poco tempo dopo.  Vi furono delle avvisaglie piuttosto ignorate, il 4 novembre del 1960, si iniziò a procedere con alcune prove di invaso del bacino, si verificarono alcuni smottamenti allora definiti “di bassa rilevanza”, che comportarono una sinistra frattura a forma di “M” sul monte Toc; quella rappresentava la linea di distacco della “slavina di pietra” larga 2.5 km ed alta 700 m. Questa difficoltà di valutazione dettata anche da un’eccessivo ottimismo, adattato al fatto che si pensava che il piano inclinato di scivolamento fosse meno contiguo, fece tralasciare importanti dettagli di un’imminente tragedia. Venne anche effettuato un’incremento di quota dal livello del mare, in cui i progettisti scelsero di passare dalla quota di 667 m alla quota di 722.5 m, portando l’altezza totale della diga ad un valore di 261.60 m senza prevedere alcun piano di evacuazione in caso di ulteriori e di certo improvvisate frane.

Vajont
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Il bacino, a questo punto delle modifiche riusciva a contenere circa 168.715.00 m3 di acqua quindi il triplo di quella iniziale. La spinta idrodinamica che si riteneva sicura era a quota 650 m su 677 (primo progetto) , cioè 27 m più in basso, però la società che curava l’ appalto decise di portarla a 715 m  su 722.5 m, avendo solo un margine di sicurezza pari a 7.5 m, ovviamente se aumenta la superficie del bacino e di conseguenza a livelli vertiginosi la sua cubatura, si immagazzina più acqua e quindi si conquista una maggiore valutazione dell’impianto da parte dell’ ENEL. Il 14 marzo del 1963 si opera con l’ultima prova di invaso quasi indispensabile per garantirne il perfetto funzionamento. Si sceglie di calcare ulteriormente la mano: “invasare fino a 715 m” consapevoli che se l’acqua fosse scesa, la frana andava giù, provocando un’inevitabile tracimazione. Il giorno prima della tragedia si chiede un’ordinanza immediata di sgombero di tutta la zona, purtroppo era troppo tardi. Si corre ai ripari a questo punto ordinando uno svaso che avrebbe portato l’acqua ad una quota di sicurezza pari a 700 m, ma purtroppo la velocità con cui il corpo frana iniziava a mobilitarsi era maggiore rispetto a quella che sarebbe risultata da un “tempestivo” svasamento. Allo scoccare delle 22:39 del 9 ottobre tutta la “M” sul Toc ebbe il distacco e venne giù con una velocità incredibile, a giorni dalla tragedia si pronunciò questa famosa frase per descrirverne l’accaduto: “Il gigante dai piedi bagnati è stato colpito alle ginocchia”. La diga riuscì a sopportare l’urto idrodinamico dell’impatto, ma il bacino non  contenne l’immensa massa d’acqua. Si originò un’onda alta 250 m e larga più della diga stessa, l’energia potenziale aumentava sempre più, pian piano che l’altezza diminuiva, scalando i 300 m, trasformandosi a quota zero nettamente in energia cinetica, la cui velocità fu stimata superiore ai 100km/h, portando con se, massi, fango, detriti e resti umani che si incrementavano man mano che l’eccidio si concludeva. Cinquanta milioni di metri cubi d’acqua erano stati mobilitati, sacrificando migliaia di vite umane.

 

 

Tacoma Bridge: il crollo che impressionò la storia

Il crollo del Tacoma Bridge rappresenta uno dei peggiori eventi che abbia sorpreso la società mondiale. Ripercorriamo le fasi salienti di questo seppur straordinario, ma triste evento.
Nacque il primo luglio del 1940 e fu ben presto battezzato col nome di “Galopping Gertie”, a causa dei suoi caratteristici movimenti ondulatori causati da un’elevata sensibilità al vento, tanto da paragonarne le movenze al famoso “ballo di San Vito”. Da un punto di vista strutturale, per dare idea delle sue proporzioni, il ponte Tacoma Narrows era costituito da due torri alte 126 metri, distanti tra loro 840 metri e presentava delle travi di irrigidimento alte 2.4 metri, abbastanza sottili in relazione alla luce del ponte, motivo principe per cui esso risultava maggiormente più flessibile  a paragone con altri colossi costruiti in quel tempo, ovvero: Golden Gate di San Francisco ed il George Washington di New York. I progettisti coscienti di questo corsero ai ripari inserendo dei dispositivi di monitoraggio delle oscillazioni, attaccando al ponte circa 90 giorni dopo la sua apertura in prossimità delle sue estremità, dei blocchi di circa 50 tonnellate legati a dei cavi di fissaggio, con un diametro molto ridotto; pochi giorni dopo a seguito di un fortissimo temporale si ruppero immediatamente. Recidivi nella loro intenzione, i tecnici re-istallarono nuovamente altri cavi, collegandoli a dei cavi centrali a sua volta ancorati alle travi di irrigidimento; confidando nella provvidenza e nella successiva riduzione delle oscillazioni verticali che il ponte manifestava. Il fatto che più turbava non era tanto il comportamento “epilettico”, abbastanza diffusa come “patologia”, anche il Golden Gate ne era affetto, ma quanto nel mancato smorzamento di tali sintomi (oscillazioni), infatti quelle del Tacoma sembrava che durassero per sempre, a differenza del Golden Gate che si concludevano in un’arco temporale abbastanza ridotto.

tacoma bridge

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Fase di crollo

Il primo allarme fu dato da un dipendente della Toll Bridge Authority che alle 3:30 della mattina del 7 novembre del 1940 fu svegliato dal rumore dei cavi di ormeggio di una delle due campate di riva. Al sorgere del sole, si apprestò ad ispezionare il ponte dirigendosi sul posto ed osservò che vi era stato un anomalo allentamento dei cavi. Il vento gradualmente aumentava la sua velocità e alle ore 8:00  del mattino si registravano circa 17m/s, mantenendo la campata est del tutto ferma e quella centrale oscillava velocemente. Poco dopo le 10:00, l’oscillazione diventò improvvisamente torsionale ad un nodo, con frequenza elevata che incrementava di molto l’ampiezza di oscillazione, fino a raggiungere in pochi minuti un valore di poco inferiore ai 45°. Il calcestruzzo dei marciapiedi cominciò a rompersi e la base di alcuni lampioni saltò come se esplodesse. Alle ore 11:00 un tratto di circa 180 m, in corrispondenza del quarto ovest della campata  si staccò precipitando in acqua. Le campate si incurvarono comportando un’inclinazione delle due torri di circa un paio di metri in direzione delle sponde; si concluse cosi l’odissea del Tacoma Bridge,  progettato per resistere ad una velocità del vento di 57 m/s, ma che purtroppo a soli 19 m/s vide la sua fine.


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