INGV: L’istituto di geologia e vulcanologia a seguito di uno studio pubblicato il 20 settembre 2017 ha osservato tramite satelliti una deformazione del suolo precedente al terremoto dell’Aquila.

E’ stata osservata sul territorio dell’Aquila, tramite l’ausilio di satelliti in uno studio della INGV, una deformazione del terreno che ha preceduto il terremoto del 2009. L’operazione di prevenire un terremoto sembra stia diventando una realtà  molto concreta.

 

Ed è proprio dai satelliti che arriva questo importante aiuto che con l’ausilio di tecniche interferometriche satellitari, in grado di misurare le deformazioni spaziali della superficie terrestre, forniscono informazioni che, se interpretate correttamente e lette dunque con l’ausilio di parametri di confronto, possono fornire informazioni utili sulla PROBABILITA’ DI ACCADIMENTO DI UN EVENTO SISMICO.

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Nel 2011 è iniziata infatti una ricerca che è durata ben 6 anni, condotta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV in collaborazione col Dipartimento di Ingegneria Civile e Meccanica (DICeM), dell’Università  degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale e il Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile-Architettura e Ambientale (DICEAA) dell’Università dell’Aquila, terminata con la pubblicazione di un articolo di nome New insights into earthquake precursors from InSAR (pubblicato su Scientific Reports dal gruppo NATURE – www.nature.com/articles/s41598-017-12058-3).

In questo studio è stata identificata e misurata una deformazione della superficie topografica (subsidenza) di circa 15 mm, all’interno di due bacini in prossimità dell’area epicentrale del terremoto dell’Aquila del 2009, iniziata circa tre anni prima dell’evento sismico e probabilmente legata alla fase preparatoria del terremoto.

E’ Marco Moro, primo autore del lavoro e ricercatore del INGV, ad affermare che la deformazione osservata prima del terremoto è stata indotta dal cedimento di alcuni livelli stratigrafici, causato dal progressivo abbassamento delle falde acquifere superficiali, determinato, a sua volta, dalla migrazione dei fluidi in profondità .

E’ possibile osservare da queste immagini come avviene tale fenomeno: di seguito si riportano gli schemi semplificativi dei meccanismi osservati sull’andamento della variazione della superficie piezometrica del livello di falda basati sulla teoria della dilatazione.

Schema (A): Fase tra due eventi sismici: antecedente la fase di dilatazione del suolo;

Schema (B) Fase pre-sismica: la dilatazione si verifica, provocando la migrazione dell’acqua verso il volume di dilatazione provocando un abbassamento del livello di falda dell’acqua. Questo processo determina la subsidenza del suolo, valore che è stato rilevato nei dati InSAR;

Schema (C) Fase di post-sisma: le fratture nel volume di controllo si chiudono e l’acqua viene schiacciata, riempendo l’acquifero carbonato e l’acquifero superficiale sovrapposto multistrato. Di conseguenza vi è un aumento del volume del suolo.

Legenda figure: 1) Complesso di carbonato Jurassico-Minore Miocene; 2) Complesso terrigenato superiore Miocene; 3) Ghiaia, sabbia e siluro (acquifero) Pliocene Superiore Pleistocene inferiore; 4) Sabbia inferiore del Pleistocene, limo e argilla con lignite; 5) Pleistocene medio-sabbia, sabbia e ghiaia (acquifero); 6) Rottura; 7) percorso di flusso delle acque sotterranee; 8) livello di falda; 9) Abbassamento della tavola d’acqua durante la fase pre-sismica; 10) Recupero della tabella delle acque durante la fase post-sismica; 11) Ricarica dell’acquifero a causa delle precipitazioni.

E’, infatti, noto in letteratura che, prima di un evento sismico, le rocce presenti nel volume della zona ipocentrale (volume focale) sono soggette ad uno sforzo di taglio, con conseguente formazione di fratture.

“I vuoti delle fratture vengono riempiti di conseguenza  ai fluidi circostanti che, in condizioni geologiche e idrogeologiche favorevoli, possono determinare una migrazione dei fluidi più superficiali. Per poter imputare il segnale misurato alla fase preparatoria del terremoto è stato necessario, quindi, escludere le ulteriori cause che avrebbero potuto influenzare lo spostamento della superficie topografica”, prosegue Marco Moro.

La ricerca ha richiesto un approccio multidisciplinare e l’uso esteso di tecniche interferometriche satellitari, applicate a immagini radar InSAR (Interferometric Synthetic Aperture Radar), atte a misurare le deformazioni della superficie terrestre (elaborate in collaborazione con TRE ALTAMIRA s.r.l. e-GEOS e GAMMA Remote Sensing Research and Consulting).

“Il segnale rilevato è stato interpretato grazie alle conoscenze geologiche, idrogeologiche, geotecniche e sismologiche acquisite per l’area a seguito del terremoto aquilano. Da qui l’idea di applicare e verificare tale ricerca a forti terremoti già  avvenuti in contesti tettonici e geologici diversi, per constatare se il fenomeno potrà essere osservato e misurato in maniera analoga. Solo così l’osservazione dell’andamento nel tempo delle deformazioni, in zone sismicamente attive, potrebbe in un prossimo futuro rappresentare un utile strumento di previsione di eventi sismici con successiva attivazione di interventi per la mitigazione del rischio sismico” termina il ricercatore Marco Moro.

Se così fosse quindi sarebbe possibile, in un futuro prossimo, poter progettare un piano di rischio nazionale che vada ad aiutare le popolazioni e la protezione civile ad organizzare un piano di prevenzione al rischio sismico, diminuendo le perdite umane che spesso caratterizzano questi eventi.
Ci auguriamo che l’INGV l’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, possa portare avanti questi studi di ricerca, così da poterli approfondire e perfezionarli, così da riuscire ad arrivare magari ad una svolta decisiva per l’intera comunità mondiale nella predizione dei terremoti.
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