Lavoratori, attenzione a non essere licenziati | Esiste un limite massimo di giorni, ma la Legge ti aiuta: stai a casa legalmente e non perdi il posto

Lavoratore licenziato (Depositphotos foto) - www.buindingcue.it
La legge potrebbe permetterti di restare a casa senza perdere il lavoro, ma solo se conosci i tuoi diritti e fai la mossa giusta.
Quando ti trovi a dover stare lontano dal lavoro per un bel po’, è normale iniziare a farsi mille domande. E una delle più grosse è sempre la stessa: “ma se sto via troppo, rischio di perdere il posto?”. Ansia comprensibile, soprattutto se le giornate a casa si accumulano e il contratto sembra diventare un po’ più fragile ogni settimana.
Il mondo del lavoro, da questo punto di vista, è un po’ una giungla. Ci sono regole, certo, ma spesso sono scritte in “legalese” e non sempre è facile capirle davvero. E poi ci sono le eccezioni, i casi particolari, le interpretazioni dei giudici… Insomma, se non hai studiato giurisprudenza, ti ci perdi.
La cosa che però è chiara a tutti è che c’è un limite oltre il quale la pazienza del datore di lavoro può finire. Si chiama “comporto”, ed è il periodo massimo in cui puoi stare assente senza che l’azienda possa licenziarti. Dopo di quello, sì, le cose si complicano. Ma non tutto è perduto.
Anzi, ci sono modi – legittimi – per cercare di salvare la situazione, se sai dove mettere le mani. E anche se sembra una cosa da esperti, in realtà basta conoscere due o tre concetti chiave per orientarsi. Tipo quello che vediamo qui sotto.
Come funziona davvero il periodo di comporto
Il “periodo di comporto” è, detto terra terra, il tempo massimo che puoi stare in malattia senza rischiare il benservito. È previsto dall’art. 2110 del Codice Civile e poi ogni contratto collettivo (i famosi CCNL) ne fissa durata e dettagli, a seconda del tipo di lavoro.
Alcuni contratti parlano di comporto “secco” – cioè un’unica assenza lunga – mentre altri fanno la somma delle assenze brevi (tipo, 6 mesi di malattia sparsi in 2 anni). Quindi non basta sapere “quanto dura”, bisogna pure capire come si calcola, quando si azzera e se nel frattempo hai diritto a qualche compenso. E se pensi che non valga la pena controllare… beh, sbagli. Conoscere queste cose può davvero fare la differenza tra restare a casa col badge in tasca o vedersi recapitare la lettera di licenziamento.

La Cassazione: cosa si può fare
A dare un po’ di respiro, arriva una recente ordinanza della Cassazione (n. 582/2024), che apre una strada interessante. In pratica, se ti trovi in malattia e stai per superare il comporto, puoi chiedere di trasformare quei giorni in ferie (ovviamente se le hai maturate e non ancora usate). Non è una bacchetta magica, eh. Il giudice ha precisato che questa possibilità esiste, ma la decisione finale spetta comunque al datore di lavoro. Quindi non puoi impuntarti, però l’azienda deve tenere conto della tua posizione – soprattutto se sei a rischio licenziamento.
La cosa nasce da un principio già tirato fuori dalla Corte Costituzionale (sent. 616/1987), secondo cui si può cambiare “il motivo” dell’assenza anche mentre è in corso. E quindi sì, ferie al posto della malattia. Ma occhio: se il contratto prevede altri strumenti (tipo l’aspettativa), allora il datore potrebbe dirti di usare quelli prima.