Il crollo del Tacoma Bridge rappresenta uno dei peggiori eventi che abbia sorpreso la società mondiale. Ripercorriamo le fasi salienti di questo seppur straordinario, ma triste evento.
Nacque il primo luglio del 1940 e fu ben presto battezzato col nome di “Galopping Gertie”, a causa dei suoi caratteristici movimenti ondulatori causati da un’elevata sensibilità al vento, tanto da paragonarne le movenze al famoso “ballo di San Vito”. Da un punto di vista strutturale, per dare idea delle sue proporzioni, il ponte Tacoma Narrows era costituito da due torri alte 126 metri, distanti tra loro 840 metri e presentava delle travi di irrigidimento alte 2.4 metri, abbastanza sottili in relazione alla luce del ponte, motivo principe per cui esso risultava maggiormente più flessibile  a paragone con altri colossi costruiti in quel tempo, ovvero: Golden Gate di San Francisco ed il George Washington di New York. I progettisti coscienti di questo corsero ai ripari inserendo dei dispositivi di monitoraggio delle oscillazioni, attaccando al ponte circa 90 giorni dopo la sua apertura in prossimità delle sue estremità, dei blocchi di circa 50 tonnellate legati a dei cavi di fissaggio, con un diametro molto ridotto; pochi giorni dopo a seguito di un fortissimo temporale si ruppero immediatamente. Recidivi nella loro intenzione, i tecnici re-istallarono nuovamente altri cavi, collegandoli a dei cavi centrali a sua volta ancorati alle travi di irrigidimento; confidando nella provvidenza e nella successiva riduzione delle oscillazioni verticali che il ponte manifestava. Il fatto che più turbava non era tanto il comportamento “epilettico”, abbastanza diffusa come “patologia”, anche il Golden Gate ne era affetto, ma quanto nel mancato smorzamento di tali sintomi (oscillazioni), infatti quelle del Tacoma sembrava che durassero per sempre, a differenza del Golden Gate che si concludevano in un’arco temporale abbastanza ridotto.

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Fase di crollo

Il primo allarme fu dato da un dipendente della Toll Bridge Authority che alle 3:30 della mattina del 7 novembre del 1940 fu svegliato dal rumore dei cavi di ormeggio di una delle due campate di riva. Al sorgere del sole, si apprestò ad ispezionare il ponte dirigendosi sul posto ed osservò che vi era stato un anomalo allentamento dei cavi. Il vento gradualmente aumentava la sua velocità e alle ore 8:00  del mattino si registravano circa 17m/s, mantenendo la campata est del tutto ferma e quella centrale oscillava velocemente. Poco dopo le 10:00, l’oscillazione diventò improvvisamente torsionale ad un nodo, con frequenza elevata che incrementava di molto l’ampiezza di oscillazione, fino a raggiungere in pochi minuti un valore di poco inferiore ai 45°. Il calcestruzzo dei marciapiedi cominciò a rompersi e la base di alcuni lampioni saltò come se esplodesse. Alle ore 11:00 un tratto di circa 180 m, in corrispondenza del quarto ovest della campata  si staccò precipitando in acqua. Le campate si incurvarono comportando un’inclinazione delle due torri di circa un paio di metri in direzione delle sponde; si concluse cosi l’odissea del Tacoma Bridge,  progettato per resistere ad una velocità del vento di 57 m/s, ma che purtroppo a soli 19 m/s vide la sua fine.