Ogni qualvolta sentiamo parlare di terremoti accaduti in mare nella nostra mente riecheggiano subito le scene del 26 dicembre 2004 quando nelle nostre case per TV o sui giornali entravano video e foto del disastro provocato dallo tsunami del sud est asiatico. Quell’onda anomala nel 2004, infatti, causò la morte di almeno 280.000 persone su tutte le coste dell’Oceano Indiano, fino al Sud Africa. In molti si domandano se il rischio di tsunami possa essere presente anche in Italia o che quest’ultimo non ci appartenga.

Origine del termine

La parola tsunami deriva dal giapponese ed è formata da due parti: “tsu”, che significa “porto”, e “nami”, che significa onda. Il termine, infatti, sta ad indicare un’onda anomala che si crea durante un maremoto, che viaggia ad altissima velocità fino a toccare anche i 500-1000 km/h in mare aperto e che rallenta fino a 100 km/h in prossimità della costa.

Proviamo a capire cosa genera quest’onda. Le placche intercontinentali sono sempre in movimento. A volte quando una placca scivola sotto un’altra, un enorme quantità di pressione si accumula nel corso degli anni. Grazie a questo grande stress si sviluppano terremoti di interplacca, i più pericolosi del pianeta con magnitudo Mw che può superare 9,0.

Come accadono gli tsunami?

Anche se meno frequenti di quelli che nascono nel Pacifico e nell’Oceano Indiano, gli tsunami si verificano anche nel Mediterraneo: sono circa il 10% degli tsunami nel mondo.

gsi.go.jp/neic.usgs.gov

La fascia costiera italiana è stata colpita da ondazioni eccezionali nel corso degli anni passati, mareggiate e tsunami; questi ultimi hanno lasciato memoria e danni gravissimi numerose volte, ad esempio nel 1908, nel 1743, nel 1169.

 

Un gruppo di ricercatori delle università di Bologna e di Salonicco nel 2015 si è domandato cosa accadrebbe se uno tsunami colpisse il mar Mediterraneo, mettendo a punto un modello in grado di simulare l’impatto di onde di maremoto generate da terremoti nello stesso mare. Lo studio – pubblicato su Ocean Science, mostra la dinamica di onde di tsunami nel Mediterraneo, arrivando a simulare l’inondazione di alcune zone costiere in Italia meridionale e nell’Isola di Creta, in Grecia. Il team di ricerca è composto dalla prof. Renata Archetti del DICAM, dal dott. Achilleas Samaras del CIRI Edilizia e Costruzioni, unità fluidodinamica, e dal prof. Theophanis Karambas del Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Salonicco.

Nel 2017 è stato presentato il primo sistema di rapid mapping e controllo del territorio costiero e marino (START) il quale consente, attraverso la raccolta di dati lungo tutto la costa italiana, di definire in tempo reale l’entità dell’impatto di una mareggiata straordinaria e comprendere le conseguenze di uno tsunami che si abbatte sul centro abitato.

Le aree più a rischio si troverebbero in Puglia e Sicilia, come riporta Giuseppe Mastronuzzi, geomorfologo dell’Università di Bari, Coordinatore del Gruppo di Ricerca sulla morfodinamica delle Coste istituito dall’Associazione Italiana dei Geomorfologi-Aigeo.

meteoweb.eu

In Puglia numerosi eventi di questo tipo si sono verificati nei secoli passati. Sul promontorio del Gargano dove la sismicità è ben nota e documentata, due tsunami si sono verificati nel 1627 e 1646 inondando varie aree costiere. Il più devastante pochi minuti dopo la violenta scossa del 1627, la forte dislocazione sismica della faglia genera uno tsunami. Il mare davanti al Lago di Lesina si ritira per circa due chilometri e poi torna con violenza, inondando la costa per circa 3 chilometri all’interno, generando la massima ingressione marina mai registrata su un litorale italiano.

Grazie a questi strumenti e simulazioni di cui dispongono gli esperti quindi sarà possibile stimare gli avanzamenti e gli arretramenti delle coste, in modo da valutare i rischi di un probabile tsunami in tempo.